Dalla bozza al romanzo . UN aiuto per chi si cimenta nella scrittura









PRIMI PASSI. DALLA BOZZA AL ROMANZO

Autore:Francesca Rossini


Guide

Quasi due anni fa, nelle notti insonni della gravidanza prima e delle pappe notturne poi, non so cosa è scattato esattamente in me, ma mi son trovata a dirmi: “perché no?” ed ho preso la penna in mano, sì esatto proprio penna e taccuino, niente computer all’inizio ed ho buttato giù quel che mi passava per la testa, tanto per tenere la mente sveglia invece di girarmi e rigirarmi nel letto.

All’inizio era un’idea, una trama impalpabile intermezzata da dialoghi che mi piacevano o spunti ancora grezzi, molto grezzi. E sono andata avanti così fino a ritrovarmi tra le mani una storia che viveva di vita propria, un lungo racconto… un romanzo. Ho riscritto al pc, cercando di organizzare in capitoli, la storia, poi ne sono nati altri direttamente creati a suon di tastiera, la penna è stata abbandonata e il lavoro ha preso forma. ‘E così hai finito’ direte voi, no, avevo appena iniziato…

Ho girovagato per il web alla ricerca di consigli, sull’impaginazione prima e sulla struttura poi, scoprendo sempre più cose, sentendomi sempre meno brava e sempre più desiderosa d’imparare.

Quello che vorrei fare per voi oggi è racchiudere in questo spazio quelli che per me sono risultati essere consigli utili, quelli che mi han portato ad ottenere il risultato (quasi) finale, e dico quasi perché più ci si mettono le mani più si scoprono cose da perfezionare.

In questa mia rubrica scriverò, un articolo alla volta, quello che si può estrapolare dalla mia esperienza, sottolineando che sono consigli basati su ciò che è stato utile per me, su cui magari qualcuno può non essere affatto d’accordo.

Questo quel che ho imparato, lo metto a vostra disposizione.








1 SCRIVERE, SCRIVERE, SCRIVERE


Come faccio a creare una storia? Come posso evitare di bloccarmi? Come mi verranno tutte le idee necessarie?


Risposta?


Scrivere, scrivere, scrivere, qualsiasi cosa che vi passi per la testa, in qualsiasi forma: se aspettiamo che arrivi sul foglio, o sullo schermo del computer, il testo perfetto, impeccabile e scorrevole da subito, ci sbagliamo di grosso e rischiamo di andar incontro ad un blocco e ad un foglio che rimarrà eternamente bianco. Il vero trucco è scrivere sempre, le idee verranno, sempre più numerose, sempre più fluenti e piacevoli. Poi rileggendo magari cestinerete un buon settanta per cento di quegli ‘scarabocchi’, ma sarà un lavoro tutt’altro che inutile, perché sarà servito a tenere la mente allenata, a creare legami tra le idee che avete e quelle che avete già messo su carta-pc, a far crescere la vostra capacità di scrittura, maturare. Ve ne accorgerete quando riprenderete in mano i primi racconti, percependo l’ingenuità di alcune scelte narrative di uno scrivere acerbo.


Un altro consiglio è uscire sempre con un taccuino e una penna, non è un luogo comune, le idee vengono quando meno te lo aspetti e spesso, ahinoi, non tornano più.


Mi è capitato una volta di essere in fila alla posta, l’idea mi ha fulminato letteralmente ‘certo come ho fatto a non pensarci? Ai miei protagonisti sul più bello succederà questo!’ (oppure poteva anche essere: ‘questo dialogo tra quella coppia laggiù in fondo voglio proprio trascriverlo, calza a pennello per i miei protagonisti’) beh, non avevo nulla e mi son sentita ridicola a prendere una penna e scrivere su un bollettino, ma me ne sono pentita amaramente in seguito! Ricordavo solo di aver avuto una idea geniale, nient’altro! Assurdo? Come si può dimenticare una cosa così geniale e utile alla trama? Fidatevi, si può!


Per non parlare della notte: dormiveglia, l’idea ti colpisce, prende forma, immagini persino le parole scritte: frasi perfette, orecchiabili, scorrevoli. Ma hai sonno, pensi: ’domattina la scrivo’ e ti addormenti soddisfatto. Al mattino? Tabula rasa! ‘Eppure era così chiara stanotte! Cos’è che doveva succedere? Com’era quella frase perfetta?’


Insomma, succo del discorso: penna e carta a portata di mano, ma vanno bene anche le note del cellulare o un messaggio, sapete io che faccio quando mi capita l’idea? Scrivo un promemoria oppure una mail a me stessa e me la invio da cellulare. A volte al mattino leggo e penso: ‘ma guarda tu che bell’idea, neanche mi ricordo di averla avuta!’ Oppure anche … ‘ma che schifezza, e io che pensavo fosse geniale!’ (capita anche questo)


Riassunto: scrivete tutto quel che vi passa in mente, in qualunque formato vi sia comodo o consono.








2 IMPAGINAZIONE

QUESTA VOLTA QUALCHE CONSIGLIO SU COME IMPAGINARE RENDENDO IL MANOSCRITTO PRESENTABILE A CASE EDITRICI, AGENZIE LETTERARIE O SEMPLICEMENTE PER FARLO LEGGERE A QUALCUNO



Ma come, già impagino? Chiederete voi. Sì, effettivamente potevo postare anche alla fine le modalità d’impaginazione, ma poi ho pensato a chi, come me, vuole vedere l’effetto subito, già dal primo capitolo e lavorare su qualcosa che abbia già l’idea dell’effetto che avrà alla fine. Quindi ecco qui come rendere il vostro ‘capolavoro’, che sia ancora in forma di accozzaglia di frasi o un malloppo di cinquecento pagine, piacevole alla vista e presentabile ad altri.

Infatti presto o tardi inizierete a pensare: Come si deve proporre il manoscritto alle agenzie letterarie o alle case editrici? Oppure: Come devo impaginare per un self publishing?

È vero che ogni casa editrice ha una formattazione specifica, ma presentare bene la propria opera è un buon biglietto da visita, sempre, a qualsiasi scopo miriamo.

Per questo, dopo aver ripulito il più possibile dai refusi il testo, rendetelo piacevole curando margini, carattere e interlinea.Vediamo come.

Evitate caratteri troppo particolari, che alla lunga stancano l’occhio, un buon Times new Roman 12 o 14 è la scelta migliore, insieme al calibri o un Book antiqua 11 o un Garamond 12.

L’interlinea deve essere singola o 1,5 (dipende anche dalla lunghezza del manoscritto: singola per volumi più corposi, più ampia per testi brevi); margini superiore e inferiore di 3 cm e 2,5 sia il destro che il sinistro. In questo modo otterrete quella che viene definita cartella standard di circa 1800 caratteri (per verificare il numero dei caratteri su word basta cliccare su revisione e poi conteggio parole). Queste impostazioni corrispondono al formato A5 (148 × 210), che è quello tipico dei libri stampati. Notate bene: va benissimo anche l’A4 (210 x 297), considerate però che il vostro manoscritto risulterà più breve (quasi la metà delle pagine).

La voce RILEGATURA deve essere lasciata a zero, si utilizza solamente quando il libro ha un elevato numero di pagine, e si sommerà al valore dato nella voce margine sinistro, in maniera proporzionale. Per libri di 200 – 500 pagine non è necessario inserire valori di rilegatura.

INTESTAZIONI e i PIE’ PAGINA:

Selezionate la voce “Diversi per la prima pagina” e “Diversi per PARI e DISPARI”.

La distanza bordo deve essere uguale: 1,25 sia per l’intestazione che per i piè di pagina.

L’allineamento verticale deve essere “in alto”.


La numerazione delle pagine

La numerazione delle pagine deve essere a destra su quelle di numero dispari e a sinistra su quelle di numero pari.

Le prime 4 pagine del libro di solito sono bianche, non numerate:

• Pagina uno di solito viene presentata la collana.

• Pagina 2 è di norma bianca.

• Pagina 3 corrisponde al frontespizio.

• Pagina 4 compare il copyright.

• La prima pagina che dovrete numerare, quindi, sarà la 5.

• Indice: a pagina 5 e seguenti.

• Presentazione, premessa, introduzione: devono cadere a pagina dispari (lasciate una pagina bianca se necessario).

• Titoli delle parti, primo capitolo, bibliografia : devono trovarsi in pagina dispari.

Gli spazi

Ricordatevi d’inserire la sillabazione automatica per evitare antiestetici spazi nell’andare a capo, sempre per lo stesso motivo eliminate le righe ‘orfane’: che si trovano da sole in una pagina a fine o inizio capitolo.

Controllate i doppi spazi tra una parola e l’altra, si può fare anche una ricerca attraverso: ‘trova .. – sostituisci .’

Lo spazio non va mai lasciato prima di un apostrofo e sempre dopo la punteggiatura.






Se il testo contiene immagini, assicuratevi che anche esse siano ad alta risoluzione (almeno 300 dpi). (Quando incollate l’immagine nel Word dovete essere costretti a rimpicciolirla a mano per essere certi che sia ad alta risoluzione.) Per esser più chiari: un’immagine di 10 cm per 10 cm dovrà essere di circa 1000 pixel x 1000 pixel. Un’ultima cosa: ricordatevi di verificare che le immagini che state usando non siano protette da copyright!






3 UN PO’ DI REGOLE GRAMMATICALI (DA BRAVA MAESTRINA NON POSSONO MANCARE)







3 UN PO’ DI REGOLE GRAMMATICALI (DA BRAVA MAESTRINA NON POSSONO MANCARE)
Prima di portare all’attenzione di qualsiasi persona: amico, familiare, o persona qualificata che sia, il nostro amato manoscritto, dovremmo correggerlo dai refusi. O meglio ancora… ci accingiamo ora alla prima stesura?
 Bene, diamo una bella rinfrescata alla grammatica di base per evitare gli errori più ricorrenti o per toglierci dei dubbi.
Mi scuso per la lunghezza dell’articolo, lo so, lo so, sono argomenti noiosi, ma meglio togliersi il dente subito non trovate? Spero comunque che risulterà chiaro ed utile per chiarire i dubbi a chi ne avesse bisogno.

 Gli accenti (grave o acuto?)
L’accento indica l’apertura delle vocali e ed o.
L’accento acuto indica che la vocale accentata deve essere pronunciata chiusa:
réte, mése, cómpito, giórno
l’esempio che faccio sempre ai miei alunni per spiegare la pronuncia?

Pèsca (il frutto) 
Pésca  ( voce del verbo pescare)

Ricordate:
Con accento acuto: poiché, perché, sé, nonché, affinché.
I composti di tre: ventitré, trentatré.
Nella 3a persona del passato remoto di alcuni verbi in –ere: poté, ripeté

 Si deve usare l’accento grave quando la vocale si pronuncia aperta:
È, cioè, tè, caffè, bebè, Noè, karatè.
La voce del verbo essere ha sempre l’accento grave non digitatela mai con l’apostrofo (E’), ma usate il simbolo corretto (È). Si consiglia di effettuare, a fine lavoro, un controllo automatico anche con trova E’ sostituisci con È.

 Nel caso in cui la vocale finale sia o, l’accento è sempre grave, perché in italiano la o finale accentata viene sempre pronunciata aperta: andò, farò, però, oblò


Gli apostrofi
Qual è NON Qual è, allo stesso modo si comporta tal:
Questi aggettivi, nella forma qual e tal, hanno subito un troncamento (caduta della sillaba o della vocale finale della parola, senza che sia necessario apostrofare), non un’elisione (eliminazione dell'ultima vocale senza accento di una parola mono/bisillabica) pertanto non si accentano.
Ecco alcune parole in cui invece si mette l’apostrofo:
po’ - es. : Un po’ di pazienza per favore.
da’ - es. : Mario, da’ il libro a Giulia!
di’ - es. : Allora, di’ cosa è successo.
fa’ - es. : prendi il cappotto, fa’ presto o faremo tardi.
sta’ - es. : Sta’ fermo, per piacere!
va’ - es. :  va’ a prendere il tuo ombrello, piove.
mo’ - es. :  a mo’ d’esempio.



L’accento
CON   accento:
Ciò, cioè, dà, dì, è, già, giù, là, lì, né, può, più, sé, sì.

SENZA   accento
Blu, fra, tra, fu, ma, su, qui, qua, no, so, sa, tre.

SI SCRIVE UNITO O SEPARATO?

Parole o espressioni che devono essere scritte sempre separate.
a fianco  non affianco
a proposito non approposito
al di là non  aldilà (a meno che non si tratti dell'aldilà, il
regno dei cieli)
al di sopra non aldisopra
al di sotto non aldisotto
all'incirca non allincirca
d'accordo non daccordo
d'altronde non  daltronde
in quanto non inquanto
l'altr'anno  non laltranno, l'altranno
per cui non percui
poc'anzi  non pocanzi
quant'altro  non quantaltro
senz'altro non senzaltro
tra l'altro non tralaltro
tutt'altro non tuttaltro
tutt'e due non tuttedue, tutteddue
tutt'oggi non tuttoggi
tutt'uno non tuttuno
Parole da scrivere unite
abbastanza
affatto
allorché
almeno
ancorché
benché
bensì
chissà 
dinanzi, dinnanzi




dopodomani
dovunque
ebbene
eppure
fabbisogno 
finché
finora
giacché
infatti
inoltre

invano
laggiù
lassù
malgrado
neanche
nemmeno
neppure 
nonché
oppure 
ossia

perciò
perfino
pertanto
piuttosto
pressappoco
quaggiù
qualcosa
qualora
quassù
sebbene 

ovvero 
sicché
siccome
sissignore
soprattutto 
sottosopra
talmente
talora 
talvolta
tuttavia
tuttora


Parole o espressioni che possono essere scritte sia unite sia separate
anzitempo -anzi tempo
anzitutto -anzi tutto
casomai -caso mai
ciononostante- ciò nonostante
controvoglia -contro voglia
cosicché -così che
dappertutto -da per tutto
dappoco- da poco
dappresso- da presso
dapprima- da prima
dapprincipio -da principio
difronte -di fronte
disotto -di sotto
dopotutto -dopo tutto
manodopera- mano d'opera
nondimeno -non di meno
oltremisura -oltre misura
oltremodo -oltre modo
peraltro -per altro
perlomeno- per lo meno
perlopiù -per lo più
quantomeno- quanto meno
suppergiù- su per giù
tantomeno- tanto meno
tuttalpiù -tutt'al più

La punteggiatura
La virgola.
La virgola indica una pausa breve ed è il segno d’interpunzione più difficile da usare, a mio avviso. Dà l’intonazione alla frase e se messa nel modo sbagliato può cambiare completamente il senso del discorso.
Esempio:
Il balcone della casa che affaccia sul porto…
Il balcone della casa, che affaccia sul porto…
Nella prima frase è la casa stessa che affaccia sul porto, nella seconda invece è il balcone.

Di solito, la virgola si omette quando sono usate le congiunzioni e, o, ovvero, oppure, né. 
 Tranne quando si vogliono ottenere effetti particolari, con pause più frequenti nel discorso.
Non si pone la virgola tra soggetto e verbo.
Si pone invece al principio ed alla fine di un inciso.
Es. Laura, vivendo dietro casa mia, passava a chiamarmi ogni mattina.
La virgola può precedere le seguenti congiunzioni :
- Ma, tuttavia, però, anzi: Es. Mi piace la musica moderna, ma preferisco quella classica.

- Anche se, benché, per quanto, sebbene:  Es. Il mio amico, sebbene fosse stato ferito, non mi abbandonò mai.

- Mentre, quando:  Es. Io uscivo, mentre egli arrivava.

- Giacché, poiché: Es. Ti credo, giacché lo dici con tanta passione. 

Il punto e virgola (;) è uno dei segni di interpunzione che va scomparendo nell'uso comune.
E' opportuno usare il punto e virgola quando si susseguono tante proposizioni principali con molte proposizioni secondarie frapposte tra di loro, in modo da interrompere il discorso troppo lungo con qualcosa di più di una virgola, distinguendo ciascun gruppo. 
Il punto e virgola si adopera anche quando sono presenti specificazioni dei termini di un elenco. 
Il punto (.) segna la pausa più lunga del discorso. Si mette alla fine d'un periodo ad indicare che quanto è stato detto ha un senso compiuto.  Si possono distinguere il punto di seguito e il punto a capo. Dopo il primo, si continua a scrivere sulla stessa riga, implicando il fatto che si continuerà a trattare lo stesso argomento, dopo il secondo si va a capo, ad indicare che la trattazione passerà ad un argomento o ad un sottoargomento diverso. Per enfatizzare maggiormente il cambio di argomento del nuovo periodo, si può andare a capo, lasciando un maggiore spazio prima della parola.

Consigli lampo:
Evitare o diminuire il più possibile avverbi in ‘mente’ es. si avvicinò lentamente, meglio si avvicinò con estrema lentezza.
Evitare  aggettivi di grado superlativo, ma se proprio dovete ecco qui i più comuni:
acre - acerrimo,
aspro - asperrimo,
celebre - celeberrimo,
integro - integerrimo,
misero - miserrimo,
salubre – saluberrimo,
benefico – beneficentissimo,
magnifico - magnificentissimo
munifico – munificentissimo.

I pronomi
Il corretto uso del pronome relativo “cui”
“Cui” è una delle parole italiane più abusate. Invariabile nella forma, può essere singolare o plurale, maschile o femminile. Questo pronome relativo viene usato un po’ dappertutto, ma la sua presenza massiccia in un testo, dà origine a cacofonie ed errori grammaticali.
Può essere sostituito dall'altro pronome relativo il quale (la quale, ecc.), ma non da che  l'anno in cui conobbi Maria, non l’anno che conobbi Maria)
Il pronome è preceduto da preposizioni semplici :
Il libro di cui voglio parlarti;  il parente a cui sono più affezionato; gli amici su cui posso contare; le persone di cui ti parlavo; la casa in cui vivo; gli amici con cui gioco.
O articolate:
 Il libro, del quale ti ho parlato; l’ufficio nel quale lavoro; la persona alla quale ti riferisci; questi sono i libri sui quali ho studiato;  le amiche con le quali vado in vacanza;
La preposizione  può essere eliminata
Es: il medico (acui mi sono rivolto; Ho un amico dolcissimo (a) cui voglio molto bene;
 cui può essere collocato tra l’articolo determinativo e il nome ed esprime possesso col significato di "del quale", "della quale", "dei quali" e "delle quali". Anche in questo caso non c’è la preposizione. Per esempio: un ristorante il cui indirizzo (= l’indirizzo del quale) ora non ricordo; quel ragazzo, la cui madre (= la madre del quale) è una mia amica, è molto simpatico.
Cui può essere sostituito dalle forme del qualeal quale, nel quale ecc., ma NON dal pronome che.
Quando è meglio usare il quale?
Quando l’uso diche e cui potrebbe produrre frasi poco chiare:
 Il quale ha il vantaggio di indicare il genere e il numero dell’antecedente cui si riferisce.
Se ad esempio diciamo: ‘Ho pranzato con il marito della mia vicina di casa, di cui ho molta stima’ non si capisce bene a chi sia riferito il pronome relativo, alla vicina o al marito? meglio allora dire: ‘Ho pranzato con il marito della mia vicina di casa, del quale (il marito) oppure della quale (la vicina) ho molta stima’.
Anche quando il relativo è distante dall’antecedente è bene usare il quale: ‘La professoressa ha elencato i libri su cui dobbiamo studiare, che si possono trovare in biblioteca’ Meglio: ‘La professoressa ha elencato i libri su cui dobbiamo studiare, i quali si possono trovare in biblioteca’.


 GLI o LE?
Il pronome  “Gli” significa esclusivamente “a lui”
Uno tra i più frequenti errori grammaticali: usare gli  riferito a un nome di genere femminile (cioè nel senso di a lei, sempre singolare). , è grammaticalmente scorretto dire: “Ho incontrato Marta e gli ho raccontato cos’è successo ieri”.
Con lolalile e ne forma una parola unica: glieloglielaglieliglielegliene
Gli si unisce come suffisso ai verbi: “spiegargli” o “dirgli”.
Anche in questo caso, se si vuole dire “a lei”, si usa il pronome “le”: “spiegarle” “dirle”

Egli, ella, lui, lei, loro
Per chi fa confusione: egli, ella, lui, lei, loro si usano solo per riferirsi a persone; per gli animali e le cose sui deve usare esso, essa, essi, esse.

Egli e lui
Il pronome “egli” si usa quando ha funzione di soggetto della frase mentre il pronome “lui” si usa negli altri casi.
Nella lingua parlata il lui però sostituisce spesso l’egli, i due pronomi, però, non sono da considerare totalmente intercambiabili: posso scrivere “Lui è andato al cinema”, ma non è corretto scrivere “Sono andato al cinema con egli”.



4 COME SCRIVERE I DIALOGHI
Per i dialoghi sarebbe meglio usare le virgolette a caporale come queste «» anche se vengono usate anche quelle alte “. C’è una gerarchia da rispettare:
Se all’interno delle virgolette basse qualcuno riporta un discorso diretto si mettono le alte, per i pensieri si usa la virgoletta singola o semplicemente un carattere corsivo.
Facciamo un esempio:
«Luca! Sara mi ha detto: “Domani è il compleanno di Luca!” ed io non ne sapevo nulla!». Luca non rispose, voltandosi.
‘Che razza di maleducato’ pensai mentre si allontanava senza avermi degnato di un saluto.
Da ricordare che le frasi dopo il discorso diretto sono sempre chiuse da un punto, anche quando il dialogo prosegue dalla stessa persona.
«Mi passi a prendere domani?» Chiese uscendo dall’auto. «Mi piacerebbe vederti ancora» continuò chinandosi sul finestrino aperto.
Marco la guardò per un lungo istante, poi rispose: «Non credo sia il caso»
Nel dialogo, le virgolette sono talvolta sostituite dalla lineetta (- Andiamo! - esclamò); spesso, anche in presenza di virgolette, si ricorre alla lineetta se nel dialogo si inseriscono i commenti dell'autore («Forse - pensò - dovrei ritirarmi»). 




I RISCHI DA EVITARE: INFODUMP
Dopo aver parlato della parte grammaticale vorrei analizzare con voi altri tipi di ‘errori’ cui andiamo incontro scrivendo.
 Uno dei più comuni, che in fase di revisione vi farà impazzire, è l’infodump letteralmente ‘rigurgito d’informazioni’ ovvero il dire troppo, spiegare troppo della trama. Il lettore non è stupido e non vuole essere trattato da tale, vuole scoprire le cose da solo, un po’ per volta magari, non essere inondato d’informazioni spesso superflue.
Esempio:
Diana vide l’opossum nascosto nella sua tana, gli opossum sono piccoli animali arboricoli. Possiedono piedi prensili provvisti di robuste unghie, infatti era saldamente aggrappato ad un ramo fissandola immobile.
Qui l’ho molto esagerato, per farvi notare quanto risulta pesante e inutile ai fini della trama sapere che tipo di animale fosse, a mo’ di enciclopedia.
Oppure.
Camminava zoppicando vistosamente, gli doleva il piede ferito, si era tagliato il giorno prima camminando scalzo per la pineta: non aveva avuto voglia di infilare le scarpe salendo dalla spiaggia, l’auto era subito dopo la pineta , così si era avviato a piedi nudi ed ora ne pagava le conseguenze.
Le parti in corsivo si potrebbero (si dovrebbero) tranquillamente eliminare, cercando di dare in altri modi le informazioni che vogliamo far sapere al lettore.
Un escamotage utile è far dire o pensare ai personaggi le informazioni che vogliamo far arrivare a chi legge, senza esagerare e ricordandoci sempre però, che la prima domanda da porci è: è utile alla storia? Il lettore non può arrivare lo stesso all’informazione nel corso degli eventi?
Sembra una stupidaggine ma non lo è, soprattutto in alcuni generi: pensiamo ad un racconto di fantascienza, dobbiamo spiegare un apparecchio che attualmente non si conosce, senza cadere nella trappola delle noiose informazioni, ma non possiamo metterlo in un discorso perché non sarebbe veritiero in quanto i personaggi si suppone sappiano perfettamente cos’è l’oggetto.
Esempio sempre molto enfatizzato, per farvi capire subito: immaginiamo una storia del futuro in cui i protagonisti si accingono a guardare un film usando un casco che proietta immagini 3 d direttamente nella stanza
1
“Ti va di vedere un realmovie?” chiese Maila accendendo il braincontroller. Era un dispositivo che si appoggiava sul capo, proiettandoti istantaneamente all’interno della realtà virtuale, facendoti vivere la storia dall’interno.
“Sì, certo” rispose svogliato Michael. Scelse tra i movie inseriti in memoria e si sedette sulla softvision, la poltrona che amplificava gli impulsi del video, trasformandoli in sensazioni tattili.
Il video iniziò e fece sentire loro il freddo del mare, i suoni attutiti dell’oceano. Grazie alla poltrona percepivano il bagnato e il freddo dell’acqua. I loro occhi non vedevano più la stanza in cui si trovavano, solo alghe pesci e l’immenso oceano.
2
“Ti va di vedere un realmovie?” chiese Maila accendendo il braincontroller e infilando il casco, senza aspettare la risposta.
Michael annuì scegliendo l’avventura che desiderava vivere quella sera.
Si sedettero sulle poltrone softvision, subito sentirono sulla loro pelle le acque gelide. Maila rabbrividì: “oh, no, non morte sotto l’oceano, non di nuovo!” protestò la ragazza, che odiava provare sensazioni tattili troppo estreme.
“Diminuisci il livello d’immedesimazione allora, mi rifiuto di vedere ancora storie romantiche” ribatté Michael, poi d’un tratto tacquero: l’enorme piovra puntava dritta contro di loro. Urlarono all’unisono.
Notate come è pesante il primo pezzo? Nel secondo si intuisce lo stesso come sono i macchinari, ma senza spiegarlo in modo spudorato. Certo, la spiegazione non sarà dettagliata, molto è lasciato alla fantasia del lettore, ma potrebbe essere un buon compromesso. Forza, esercitatevi e trovate modi ancora migliori! Qual è la vostra versione?

Lo stesso vale per il genere fantasy in cui si è tentati di mettersi lì a descrivere per filo e per segno un determinato popolo, una razza, un luogo di fantasia. Esempio :
Lucia si avvicinò allo specchio d’acqua , un esserino pieno di squame colorate spuntò subito schizzandola. Lo riconobbe subito, era uno spliccior. Piccole creature dotate di pinne multicolori, manine prensili e minuscole antenne sul capo, dotate di un altro paio di occhi. Niente naso, solo una piccola bocca appuntita, quasi un becco. Il popolo degli Spliccior è estremamente timido e vederli sulla riva era improbabile, Lucia sapeva che odiavano gli umani e che era loro vietato avvicinarli.
Finito di leggere si pensa: ‘beh, ma cos’è che stava succedendo?’ si perde il filo del discorso, l’atmosfera è rovinata e resa pedante.
Riassumendo: È importante descrivere, per far immedesimare il lettore, farlo immergere nei luoghi da noi creati, ma non bisogna eccedere, o si sentirà offeso, sottovalutato, preso in giro.
Questo a maggior ragione se l’inforigurgito viene usato nel tentativo di aggirare l’ostacolo e narrare fatti o antefatti accaduti al di fuori del punto di vista narrativo che abbiamo scelto. NON SI FA! Le informazioni devono affluire in sordina, meno il lettore se ne accorge, meglio è. NO a paragrafi pedanti di pure informazioni, Sì a informazioni camuffate nei dialoghi, soppesate e distribuite sapientemente nel corso della storia.
Un altro rischio che rientra nell’infodump è il cedere alla tentazione di raccontare il passato del protagonista.  Ovvio che noi, pensando la trama, abbiamo ben in mente il passato dei personaggi, che magari li hanno resi quelli che sono al momento della storia, ma è utile e gradevole che tali informazioni  giungano al lettore? Questo è un errore comunissimo, che ritroviamo in decine e decine di romanzi, con il risultato di avere pagine che non servono proprio a nulla. Anche qui è utile porsi la domanda: ‘serve davvero dirlo? È solo un riempitivo?’
Provate ad eliminare le parti sospette, se la storia fila, semplicemente non servivano!
Se poi l’informazione è vitale, trovate un escamotage per trasmetterla. Come ho detto prima, può essere inserita in un dialogo, oppure data a piccole dosi, soprattutto in punti statici del racconto (mai interrompere un’azione per dare informazioni!), oppure c’è sempre il vecchio trucco della notizia ascoltata (magari origliata) o trovata in una lettera, letta in un giornale, ascoltata al tg ecc, ecce cc… via alla fantasia!
Una regola molto utile è quella del ‘mostrare’ invece che dire: Ad esempio vogliamo descrivere un mondo immaginario in cui un dittatore reprime il libero pensiero, vieta ad esempio il canto e la pittura. Invece di spiegarlo mostriamo disordini, la polizia che fa retate e porta via i trasgressori, uomini che si nascondono negli scantinati per dar sfogo all’estro sarà certamente più d’effetto di una spiegazione dettagliata ma passiva.
Pensateci bene, fateci caso e vedrete che poi ne troverete a bizzeffe sia nei vostri scritti che, purtroppo, in quelli già belli e pubblicati.
Certo, notare gli errori degli altri è più facile, ma come ci comportiamo con i nostri?
Io ad esempio faccio così: scrivo di getto, infodump o no, me ne frego. Poi però rileggo e limo il tutto. Se poi più avanti nella storia trovo un punto in cui l’informazione si può dare con meno invadenza taglio e incollo, meglio ancora quando mi accorgo che più avanti il ‘mistero’ di dipana da solo, allora taglio e basta.
Il mio consiglio è sempre lo stesso: non state lì a pensarci troppo o bloccherete l’estro, lasciate questo odioso compito alla rilettura e non alla fase di stesura. Ricordatevi sempre che scrivere deve essere un piacere!


5 QUALE PERSONA USARE?

Questa una delle domande fondamentali che dobbiamo porci. La decisione non è semplice, io spesso provo a scrivere un pezzo e lo trasformo cercando di ‘ascoltare’ come suona meglio. Naturalmente non c’è una modalità giusta, dipende dal genere, dall’impronta che si vuole dare allo scritto.

La decisione è difficile e importantissima perché cambierà totalmente l’effetto che avrà la storia, per non parlare di tutte le possibilità e i limiti connessi a tale scelta.

Ma per quanto possa essere arduo decidere, dovrete necessariamente farlo subito, non è un qualcosa che potete rimandare al dopo, o vi troverete a dover modificare il testo in modo così invasivo, da poter essere più facile riscriverlo da capo.

La scelta sarà tra la prima (io ero…io credo…io arrivai…) e la terza persona (egli domandò…egli si trovava…egli è…). Nuovi esperimenti di scrittura hanno portato alla ribalta anche la seconda persona ( Tu eri …. Tu sei…. Tu andavi…), ne parlerò in un articolo a parte.


PRIMA PERSONA

Oggi esamineremo la prima persona.

Nella scrittura in prima persona la storia è raccontata dal protagonista o da qualcuno che partecipa attivamente ai fatti. Tutto è veicolato dagli occhi, i pensieri e le azioni di chi parla.

Il Narratore, dunque, definito INTERNO, racconterà le vicende attraverso gli occhi del personaggio con cui si identifica, calandosi nei suoi panni. Tutto ciò che accadrà verrà mostrato attraverso il suo punto di vista, il suo sguardo, i suoi sentimenti, i suoi pensieri, insomma il suo personale modo di vedere le cose. Nei racconti di Edgar Allan Poe in prima persona ad esempio, il mondo viene distorto, filtrato attraverso le manie e le ossessioni del personaggio.

Un genere giallo o un thriller sono tipologie di narrazione che si prestano particolarmente all’utilizzo di questa tecnica e diventano molto coinvolgenti, poiché il lettore procede nella storia di pari passo con il protagonista (ancor di più se si narra al presente), cosa che permette di sviluppare un vero e proprio legame tra protagonista-narratore e lettore, scatenando l’empatia.

È l’autore stesso a diventare protagonista, è lui che parla e descrive ciò che accade, per questo la prima persona è particolarmente indicata per il romanzo autobiografico, il diario, il romanzo epistolare.

Il primo romanzo che mi viene in mente è Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, l’immedesimazione emotiva è altissima, certo, direte voi: è Pirandello! Vero, ma forse l’effetto non sarebbe stato lo stesso se la narrazione fosse stata in terza persona. Altri esempi? Robinson Crusoe e I viaggi di Gulliver. Tanto per rimanere nel classico. Un caso particolare, e famosissimo è quello del narratore interno, che però non coincide con il protagonista, ma con un personaggio secondario: in Sherlock Holmes i fatti sono narrati dall’assistente Watson. Ciò rende la storia particolare, permettendo la libertà di descrivere bene il protagonista e le sue caratteristiche (cosa impossibile se il narratore coincide con il protagonista), mantenendo però l’alto livello di partecipazione dato dalla prima persona.


Vincoli della scrittura in prima persona


Abbiamo detto che la prima persona avvicina il personaggio al lettore, favorendone l’immedesimazione, è però un po’ più difficile da gestire: spesso si vengono a creare dei congiuntivi impossibili e si devono fare giri di parole e salti mortali, proprio per evitare problemi nell’uso dei verbi.


Nella scrittura in prima persona inoltre, chi narra la storia potrebbe non essere al corrente di tutti i dettagli degli eventi, anzi, generalmente non lo è. Questo vincolo costringe all’utilizzo di tecniche ed escamotage nel caso in cui volessimo far conoscere al lettore cose accadute in luoghi o tempi diversi da quelli in cui si trova chi narra.


Di solito questi trucchi sono i flashback, le notizie date dall’esterno (lettere, telefonate ecc.) o l’uso (raro) di un narratore in terza persona per una parte della storia. Potrebbe essere utile anche utilizzare più di un io narrante.


Un esempio celebre è Frankenstein di Mary Shelley narrato tutto in prima persona, ma dal punto di vista di più personaggi. Il giovane capitano, Robert Walton è il narratore principale, che scrive lettere alla sorella Margareth, raccontando di aver soccorso il dottor Frankenstein, intrappolato tra i ghiacci con la sua nave. All’interno di questa narrazione se ne apre un’altra: un flash-back che durerà per tutta la lunghezza del libro, narrandoci le vicende del dottore.


Ma non finisce qui: ad un certo punto nella narrazione lo stesso mostro creato da Frankenstein prende parola, raccontando la sua stessa storia in un altro flash-back.


Mio consiglio personale: sperimentate pure, ma con attenzione: bisogna essere davvero bravi, la Shelley se lo è potuto permettere, ma il rischio è quello di disorientare il lettore, che potrà perdere il punto di riferimento della narrazione.


Con questa tecnica, come ho detto sopra, è facile trasmettere la tensione, il pathos, ma non è altrettanto semplice creare colpi di scena o scrivere trame complicate: Ad esempio se si parla in prima persona sappiamo già che il protagonista non potrà morire (a meno che non sia un fantasy in cui resusciti o si reincarni o un horror e parli dalla tomba a mo’ di zombie).


Di solito quindi, a meno di usare i trucchetti appena descritti, in prima persona la trama sarà molto lineare.


Attenzione anche ai tempi, la prima persona al presente fa scorrere piacevolmente la storia, come se stesse accadendo tutto nel momento in cui leggiamo, però non cadiamo nell’errore di raccontare di cose non ancora successe o che il protagonista non può conoscere.


Esempio.


Seduto al bancone del bar ti guardo bere l’ennesimo drink, mi guardi, ti alzi, vuoi dirmi qualcosa, ma taci perché non sei in vena di rimorchiare, non sei in grado nemmeno di parlare con tutto quell’alcol in corpo.


Il nostro protagonista non può certo sapere intenzioni o pensieri di un altro personaggio, al massimo può intuirli o credere di conoscerli. Il brano qui sopra è quindi errato.


Al passato la narrazione diviene più riflessiva, come se il protagonista tirasse le somme della propria vita.


Ero un bambino timido e schivo, guardavo tutti di sottecchi, con le sopracciglia corrucciate e le mani in bocca, a sgranocchiare le unghie.


È un po’ come se il protagonista prendesse le distanze da se stesso raccontando la propria vita.


Quando è preferibile scrivere quindi in prima persona?


A mio avviso è preferibile scrivere in prima persona:


Quando il protagonista è uno solo ed è centrale nella storia.


Quando tutto passa attraverso gli occhi del protagonista. Si possono descrivere emozioni o pensieri di altri personaggi, ma non sono i loro reali pensieri, ma ciò che il protagonista pensa che gli altri pensino. Quando la narrazione è lineare e coerente con la linea temporale.


Assolutamente non adatta invece a storie con più protagonisti o molti personaggi che agiscono contemporaneamente.







SECONDA PERSONA


Se qualche mese fa mi avessero chiesto di pensare alla seconda persona avrei immaginato il testo scritto nelle caselle di un gioco in scatola : “stai fermo un turno” “Tira ancora i dadi”, oppure una guia turistica o una persona che dà indicazioni stradali: “Gira a destra al semaforo poi sempre dritto” o ancora il linguaggio delle pubblicità o di molti testi di brani musicali, o di alcuni manuali del fai da te . Anche i librogioco sono di solito scritti in seconda persona: il lettore prende il ruolo di un personaggio, come nei giochi di ruolo, e va avanti nell’avventura scegliendo tra una serie di bivi.

Poi sono venuta a conoscere il gruppo di facebook SCRITTORI CHE DANNO DEL TU e la scrittura in spsp (Seconda persona singolare presente) , incuriosita mi sono messa a sperimentare sia al passato che al presente e devo dire che i dubbi si sono dissipati: mi sembrava strano , non convenzionale, ma scrivendo invece mi è venuto molto spontaneo, mi sono divertita e il risultato non è stato male.

Andiamo a vedere di cosa si tratta:

“Te ne stavi sempre lì in disparte, immusonito e curvo sul banco, mentre gli altri scambiavano le merende o le figurine dei calciatori. Sempre col naso su quei libri ingialliti, che prendevi in prestito dalla biblioteca, sempre con quell’aria da chi è stato appena buttato giù dal letto.”

Questo l’incipit del racconto in cui mi sto cimentando a sperimentare la seconda persona.

Di solito il narratore, che può essere un personaggio che parla o un semplice narratore esterno, racconta la storia riferita ad un tu, il vero protagonista della storia.

Ho letto racconti in cui il narratore era addirittura un oggetto: uno specchio, un quadro, un lampione, che assistevano alla vita di una certa persona.

Esempi? Anche se non ci crederete, ce ne sono e parecchi, voglio citarvene alcuni di periodo storico, genere e stile molto diverso:

“Le ceneri di Gramsci” di Pasolini . Fa parte di una raccolta di poemetti in terzine. Il poeta, parla con la tomba di Antonio Gramsci, usa un tu diretto, schietto , il tanto citato tu che punta il dito :

Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore

era ancora vita, in quel maggio italiano

che alla vita aggiungeva almeno ardore

……

“Mi chiederai tu, morto disadorno,

d’abbandonare questa disperata

passione di essere al mondo?”.


Rimanendo in poesia….

Taci. Su le soglie

del bosco non odo

parole che dici

umane; ma odo

parole più nuove

che parlano gocciole e foglie

lontane.

Ascolta. Piove

dalle nuvole sparse.

Piove su le tamerici

salmastre ed arse,

piove sui pini

scagliosi ed irti,

piove su i mirti

divini,

Chi la riconosce?

È un assaggio de “La pioggia nel pineto” di D’annunzio. E qui non serve commentare.

“Apocalisse a domicilio” di Matteo B. Bianchi. Un romanzo dal ritmo incalzante e coinvolgente, personaggi molto reali, vivi, storia intensa e tragica, ma anche allegro, divertente.

“Le affinità alchemiche” di Gaia Coltorti, libro che ha fatto molto parlare di sé per la tematica particolare dell’amore incestuoso tra fratello e sorella.

E poi, il mio amato Calvino ne “Se una notte d’inverno un viaggiatore” In cui si narra di un lettore che prova a leggere un libro (appunto se una notte d’inverno un viaggiatore) ma deve per svariati motivi interrompersi e leggerne altri. Calvino scrive principalmente in seconda persona. Ma certamente… è Calvino, il libro sarebbe stato stupendo anche se scritto in terza o in prima, ma comunque perché non provare?

Questo solo per mostrarvi che non solo si può scrivere in seconda persona, ma lo si può fare anche in storie di vario genere, che non siano solo brevi racconti.

Tipico di questa forma è il romanzo epistolare, dove viene spontaneo parlare al destinatario della missiva.

Molto di effetto, secondo me, nel genere horror o giallo, in cui la suspense fa da padrona. Provo ad inventare un piccolo esempio:

“Le tende scure svolazzano placidamente nella notte estiva, mentre tu ti avvicini e la fissi mentre dorme inconsapevole. Senti il tuo cuore accelerare, un lieve velo di sudore imperla la tua fronte accaldata. Puoi già assaporare il gusto ferroso del sangue, lo senti nella bocca, nella gola e nelle narici.

Sei vicino ora, tanto vicino da percepire il calore del suo corpo assopito, bianco ed invitante.

Non puoi più aspettare, alzi la lama che scintilla alla luce della luna, piena e splendente, poi l’abbassi fulmineo e silenzioso.

Qualcosa non va come dovrebbe, lei apre gli occhi, li sbarra, non vuoi guardarla, rovinerà tutto, non vuoi vedere occhi accusatori, ma solo palpebre chiuse, misteriose e delicate…….”


Perché scrivere in seconda persona?


Soprattutto al presente questa permette al lettore d’immedesimarsi, di vivere l’avventura da vicino, entrando nei panni di quel tu, sentendosi direttamente interpellato. ( Se dici tu ce l’hai con me!)


L’uso del ‘tu’ inoltre dà un certo senso di urgenza alla trama, molto adatto ad un certo tipo di ‘scene’:


“Il cuore batte all’impazzata mentre a grandi falcate percorri l’intero viale, scendi le scale della stazione a due a due, sperando di essere ancora in tempo e pregando di non inciampare. Senti il treno fischiare e spintoni un tizio davanti a te, che impreca. Devi farcela, non puoi permetterti un altro ritardo, non oggi…”


Pericoli della seconda persona


Il primo insidioso rischio è quello di narrare un elenco di azioni:


“Ti alzi dal letto, hai ancora sonno, sbadigli, infili le ciabatte e ti rechi in cucina, metti su il caffè, ti siedi e leggi il giornale”


A chi legge sembra quasi che manchi il fiato per star dietro a tutte queste azioni, in una riga ci hanno annoiato, figuriamoci in un racconto o addirittura un romanzo! Meglio alleggerire le frasi, spezzare le descrizioni.


“Ti alzi dal letto, insonnolito, infili le ciabatte sbadigliando e trascini i piedi fino alla cucina. Mentre il caffè inizia a borbottare, te ne stai lì seduto a leggere il giornale.”


Un altro rischio è quello che il lettore immedesimandosi con il tu, si senta un po’ disorientato quando questo tu è molto diverso dalla sua indole, personalità o fisicità. Come ho detto prima, se dai del tu parli di me, mi stai raccontando la mia storia… ma se non mi ritrovo in quella storia?


Esempio.


“Finalmente sei rientrato a casa (immagino la mia casa, inizio a percepirne le sensazioni. Odore, calore…), Momo ti viene incontro facendo le fusa (Momo? Un gatto? Io sono allergica al pelo dei gatti!) ti stendi sul divano, malinconico e solo, nel silenzio freddo dell’appartamento (Ma che dice questo? La mia casa non è mai silenziosa e vuota e se lo fosse ne approfitterei per rilassarmi!)


Ovviamente come al solito ho esagerato, ma la sensazione di straniamento si può effettivamente percepire in questo tipo di racconti.


Questo è a mio avviso un problema di scarsa rilevanza: se la storia vale, se è raccontata bene, il disagio o la strana sensazione iniziale passa o comunque viene percepita come cosa positiva, nuova e interessante.


Se l’autore ci sa fare, lo straniamento viene sostituito da una voce non invadente che accompagna nella lettura, passo, passo.


La seconda persona è a mio avviso da evitare invece nei saggi, nelle ricerche, in cui si vuole argomentare e persuadere il lettore, l’eccessivo tono colloquiale e confidenziale del tu svilirebbe il lavoro, che dovrebbe mantenere una certa aura di distacco.






LA TERZA PERSONA

Mettetevi comodi, cercherò di essere sintetica, ma il discorso sulla terza persona è un po’ più articolato, vediamo perché.

Nel caso della terza persona i fatti vengono narrati attraverso una “voce” diversa da quella dei personaggi della storia, chi sarà questa persona? Da che prospettiva narrerà la storia? Quanto e come sarà coinvolta? Se scriviamo in prima persona il narratore è sempre interno alla storia, ma quando si narra in terza le scelte da fare sono ancora molte:


Il narratore potrà essere Interno ed esterno.

Un narratore interno può coincidere ad esempio con il protagonista, se la sua voce è quella del personaggio più importante della vicenda. Sarà invece un narratore testimone, se la sua voce appartiene ad un personaggio secondario della vicenda, come per Watson di Sherlock Holmes, menzionato nel precedente articolo. Anche nel Barone Rampante di Calvino la storia di Cosimo viene raccontata dal fratello Biagio in terza persona.

Un narratore esterno dovrebbe coincidere con il così detto narratore extradiegetico, ovvero un narratore totalmente impersonale, che non s’intromette nella storia, che si limita a descrivere i fatti in cui sono coinvolti i personaggi , rimanendo ‘nascosto’, ma la realtà è leggermente più complessa: i romanzi, soprattutto quelli moderni, sono spesso permeati da una personalità anche se scritti in terza persona, si sente la presenza del narratore, che si percepisce nella trama.

Una prima precisazione: non confondiamo la voce narrante con il punto di vista:

“Luisa alzò la mano per fermare l’autobus, che sopraggiungeva”

“Maria vide Luisa alare la mano per fermare l’autobus, che sopraggiungeva”

La voce narrante è la stessa: quella del narratore esterno, ma il punto di vista no : nel primo caso è il punto di vista dello stesso narratore, nel secondo il punto di vista è di Maria.

A parte questa diversione andiamo ora a vedere come si suddivide ancora il narratore esterno:

A seconda della posizione da cui il narratore sceglie di osservare la storia che ci racconta, la focalizzazione (come una telecamera puntata in diverse posizioni e distanze) viene così definita:

a) Focalizzazione zero:





Il narratore ne sa più del personaggio, e sa cose su di lui che neanche il personaggio stesso sa, o ammette (sentimenti, emozioni, pensieri più o meno inconsci ). Ha una prospettiva globale di tutto ciò che avviene all’interno della storia, sa quali sono gli antefatti e cosa succederà alla fine, ha una conoscenza illimitata su tutto e tutti, anche su fatti sconosciuti agli stessi personaggi.

Questo tipo di narratore viene denominato Narratore Onniscente. È come un regista che sta alle spalle della scena, ma ne sa tutto e dirige tutto dall’alto. Un esempio? Beh, i Promessi sposi può bastare?






b) Focalizzazione interna:


Il narratore sposta i riflettori su un personaggio, la telecamera segue solo lui, ci dice solo quello che sa e pensa il personaggio, entrando unicamente nel suo punto di vista, non ci dice né sa nulla in più.
 



La focalizzazione interna può essere definita:

• Fissa: quando si usa solo il punto di vista di un personaggio.

• Variabile: quando il punto di vista si alterna ad esempio tra due protagonisti. Mi vengono in mente alcuni romanzi a due voci , in cui il classico è una storia d’amore raccontata dal punto di vista di lui e di lei.

• Multiplo: quando vengono usati più punti di vista, magari per narrarci lo stesso fatto da più angolazioni. Ad esempio Paulo Coelho divide il romanzo La strega di Portobello in capitoli e ogni capitolo è narrato da una persona diversa. Si possono contare ben 15 narratori diversi.

Osate e sperimentate, mi sento però in dovere di dirvi di non esagerare: una molteplicità di personaggi che parlano, che affollano il testo dei loro pensieri, può risultare confusionario e disorientare il lettore.






c) Focalizzazione esterna:



Il narratore è neutrale, racconta meno di quanto ne sappiano gli stessi personaggi, è totalmente estraneo alle vicende. I fatti vengono riportati come le riprese di un documentario, senza esprimere alcun giudizio sui personaggi coinvolti. È come se il narratore quatto, quatto seguisse alle spalle i personaggi, ben nascosto dietro alla storia, che sembra procedere autonomamente. Esempi? I romanzi di Verga del filone del Verismo, o quelli del Naturalismo francese di Flaubert.











PRO E CONTRO


Usando un narratore onnisciente, che conosce già come finirà la storia, si potrà iniziare a narrare da qualsiasi punto dei fatti, muovendosi con ampia scelta tra flashback e anticipazioni. Si potrà raccontare al passato una vicenda già accaduta, guardando indietro nel tempo, oppure si potranno usare i verbi al presente, che daranno al lettore la sensazione che la storia si stia svolgendo nell’esatto momento in cui la sta leggendo, come se la vicenda fosse davanti ai suoi occhi e tutto può accadere. Lo svantaggio nell’usare questo tipo di narratore è il rischio di un certo distacco percepito da chi legge nei confronti dei personaggi della storia.

Quando il Narratore sceglie di focalizzarsi su un personaggio, guardare attraverso i suoi occhi, pensare con la sua mente invece l’immedesimazione è quasi assicurata, però, c’è da tener presente che la sua prospettiva è molto limitata.

Es.

Dario la vede, lì seduta nel silenzio della biblioteca. La ragazza sorride timida, ma ha voglia come lui di fare conoscenza…

Se utilizziamo la prospettiva di Dario non possiamo sapere ciò che prova la ragazza, ma solo ciò che Dario pensa che lei provi.

Dario la vede, lì seduta nel silenzio della biblioteca. Gioisce nel vedere che lei ricambia il sorriso, gli sembra un po’ imbarazzata, ma è quasi sicuro che desideri fare conoscenza…

È lo stesso discorso che abbiamo trattato per la prima persona, in cui il narratore è sempre interno. http://ilmomentodiscrivere.org/2014/10/03/273/


Comunque, a questo problema si può facilmente ovviare inserendo le opinioni, i pensieri, del protagonista, come ho fatto nell’esempio sopra. Da tener presente, poi, che di solito la storia affascina e avvince il lettore proprio per l’impossibilità di prevederne gli sviluppi e i risvolti, quindi il non venire a conoscenza dei pensieri e sentimenti di tutti non è sempre da considerare una pecca.

A conclusione di questi tre articoli dedicati alla scelta della persona, con la quale narrare la nostra storia, posso affermare che prima, seconda o terza persona, alla fine quello che conta è saper raccontare delle storie, trovare gli escamotage e i giusti equilibri nel dosare le informazioni. Consiglio, a chi si accinge ora a scrivere, di provare e sperimentare tutte le forme di focalizzazione e tutti i tipi di narratore, per scoprire qual è quella che meglio gli si confà.


Buone prove tecniche e… buon divertimento!






TEMPI VERBALI. PASSATO O PRESENTE?

Eccoci di nuovo al nostro appuntamento settimanale. Ok, abbiamo scelto la formattazione più adatta, deciso con quale persona narrare la storia, abbiam ripassato gli errori più comuni da evitare, conosciuto quello strano ‘mostro’ chiamato infodump, ed ora? Arriviamo al succo?

Ancora qualche cosuccia da decidere ragazzi, la pazienza è una virtù che ogni scrittore deve imparare ad avere. Vediamo un po’ in che tempo potremmo scrivere la storia.


Narrare al passato
I tempi da utilizzare e combinare sono quattro: passato remoto, imperfetto, passato prossimo , trapassato prossimo e trapassato remoto.

Il passato remoto è il tempo che, secondo me, rappresentala scelta migliore, quello che permette di muoversi al meglio nel dipanarsi della trama e meglio si concorda con gli altri tempi verbali. Si accompagna spesso all’imperfetto, che viene usato:

Nelle descrizioni:

Era una splendida villetta, con il giardino curato e le aiuole fiorite, aveva il tetto rosso e le persiane dipinte di verde.

L’imperfetto si usa poi per indicare un’azione non conclusa, non ancora finita, oppure un’azione continuata, ripetuta nel passato:

Andava a prendere la metro a piedi, camminava piano, respirando l’aria mattutina.

Cioè lo faceva tutte le mattine.

Andò a prendere la metro a piedi, camminando piano, respirando l’aria mattutina.

Se usiamo il passato remoto il fatto è successo quella volta, sto raccontando un episodio specifico, non una quotidianità.


Se invece usiamo il trapassato prossimo l’azione è iniziata e conclusa nel passato:

Era andato a prendere la metro a piedi, aveva camminato piano, respirando l’aria mattutina.

Il fatto è già concluso nel momento in cui si parla.

Il trapassato remoto si usa molto di rado, soprattutto quando vogliamo contrapporre un fatto avvenuto prima di un altro fatto che si svolge nel passato, in coppia col passato remoto:

Dopo che ebbe ricevuto la lettera rimase imbambolato a rimirarla, pensando al da farsi.


Il tempo passato ha il vantaggio di poter giocare con la lingua e con la combinazione dei tempi verbali passati, ognuno con la propria peculiarità e musicalità, e può dare risultati davvero piacevoli da leggere.

Non citerò esempi di romanzi al passato perché… rappresentano la quasi totalità degli scritti.






Scrivere al presente


Il presente è un tempo verbale coinvolgente, di forte impatto, soprattutto se abbinato all’uso della prima persona, o come abbiam visto di recente, alla seconda. Ottimo per creare tensione e per aumentare il senso d’ identificazione da parte di chi legge, che viene catapultato nel racconto seguendo passo, passo i protagonisti: si narra l’evento nell’attimo stesso in cui si verifica davanti al lettore.


È però un po’ limitativo grammaticalmente: al passato, come mostrato sopra, abbiamo una vasta gamma di scelte verbali, mentre se scegliamo il presente, la storia si snocciolerà davanti ai nostri occhi: adesso, punto e basta, senza poter giocare con molte altre forme verbali.


Possiamo abbinarlo al passato prossimo al massimo, per brevi tratti, quando vogliamo narrare fatti appena accaduti, conclusi appena un attimo prima di parlare, un po’ come il trapassato usato con il passato remoto:


Luigi si mette a tavola, dopo che ha scaldato due fette di pizza della sera prima, mangia distrattamente incantato davanti alla tv.


O al futuro:


Lucia prende il biglietto aereo contemplandolo felice: andrà a Londra finalmente!


Esempi di romanzi al tempo presente? Cito i famosi (anche perché hanno ottenuto tutti e due la trasposizione cinematografica) The Hunger Games della statunitense Suzanne Collins; L’Ipnotista, il thriller best seller dello scrittore svedese Lars Kepler.


Scegliere di usare il passato o il presente dipende molto da ciò che volete narrare: Se è un genere giallo, thriller o horror, in cui volete coinvolgere il lettore trascinandolo dritto, dritto, nella storia, se ci sono molte parti introspettive, di pensieri del protagonista, allora il presente potrebbe essere la scelta giusta. Se volete narrare una storia non ambientata nell’immediato presente o che non segue una linea temporale continua, in cui dovete balzare spesso in luoghi e tempi differenti, è molto meglio usare un tempo passato.

Uno, nessuno… centomila. Quanti personaggi usare?


PERSONAGGI


Ok ragazzi entriamo nel vivo del romanzo. Oggi vorrei parlarvi di loro: quelli che daranno vita alla nostra storia, quelli che faranno vivere al lettore le loro gesta, le loro passioni, i loro pensieri, sì proprio loro: i personaggi. Le domande scottanti cui cercherò di dar risposta sono: È meglio un unico protagonista o più di uno? Quanti protagonisti al massimo? Quanti personaggi secondari? Con quali ruoli?


A mio avviso a prescindere dal numero dei personaggi, bisogna capire quali siano davvero essenziali per lo svolgimento della storia, quali invece sono superflui. I personaggi secondari devono essere ben intrecciati alle vicende, non fare solo ‘numero’, devono essere ben caratterizzati e non solo accennati, altrimenti possiamo farne tranquillamente a meno.






I personaggi si possono suddividere secondo questo semplice schema:


PROTAGONISTA : è l’eroe della nostra storia, quello su cui son puntati tutti i riflettori. Di solito è uno, ma potrebbero essere anche due o più di due. Nei precedenti capitoli abbiamo parlato ad esempio di romanzi a due voci, in cui i due protagonisti prendevano parola, un capitolo per uno, in prima persona, ma si può fare anche l’esempio in cui ci sono molti co-protagonisti. Ne‘I pilastri della terra‘ ( uno dei miei libri preferiti) c’è al centro dell’obiettivo una famiglia intera: quella di Tom il muratore, con Alfred, il figlio primogenito di Tom, Jack, il figliastro di Tom, ma anche Aliena, figlia del nobile conte Bartolomew e Padre Phillip, priore dell’abazia. Sono tutti personaggi importanti, con più o meno lo stesso peso nella narrazione.


ANTAGONISTA : ovviamente l’ avversario del protagonista., colui che mette i bastoni tra le ruote, cercando d’impedire al nostro eroe di raggiungere lo scopo prefissato.


AIUTANTE : Agisce a favore del protagonista, come dice la parola, aiutandolo.


FINTO AIUTANTE/ OPPOSITORE: colui che si finge amico del protagonista per poi tradirlo, a sorpresa o davanti agli occhi del lettore che sa, ma non può certo avvertire l’eroe.


PERSONAGGI PRINCIPALI: ruotano attorno al protagonista e sono con lui al centro della storia narrata.


PERSONAGGI SECONDARI: pur essendo meno presenti nella storia, le loro azioni incidono sulla vicenda narrata.


COMPARSE: le loro azioni non incidono sulla vicenda narrata, meglio non esagerare con questo tipo di personaggi e tagliarne il più possibile, o ci ritroveremo con fogli e fogli popolati di una folla senza significato, che non lascerà nulla al lettore se non un interrogativo: ma questi chi sono? Che vogliono? Che centrano?


Come avete visto dallo schema il personaggio più importante del romanzo è il protagonista, che deve possedere caratteristiche riconoscibili e una personalità ben definita. Per personalità ben definita non intendo o bianco o nero: i personaggi devono essere reali e come le persone normali essere ‘umani’ quindi a volte anche contraddittori. I protagonisti quindi non devono essere per forza buoni, belli, simpatici, invincibili, anzi, spesso gli eroi che rimangono più nel cuore di chi legge sono complicati, imperfetti, insicuri e non per forza popolari ma spesso anche asociali, impacciati, timidi e pasticcioni. Insomma un eroe potrebbe anche essere il classico sfigato cui non ne va bene una! Una caratteristica però deve esser sempre presente: devono essere interessanti, in tutti i modi e le sfaccettature possibili, tali da far ‘innamorare’ il lettore di loro. Leggere un romanzo equivale ad immedesimarsi nel protagonista, vivere le sue vicende, soffrire e gioire con lui, anche quando è totalmente lontano dalla nostra personalità. È tutta qui la bravura principale di chi sa scrivere.


Per quanto riguarda i personaggi che girano intorno ai nostri beniamini, bisogna caratterizzarli, dotarli di una personalità, non buttarli nella mischia tanto per far numero. Queste persone devono interagire ognuno in modo peculiare con il nostro eroe, reagendo in modo differente alle varie vicissitudini della storia.


E gli antagonisti? Non in tutte le storie ci sono, dipende anche dal tipo di romanzo che si vuol scrivere, ma posso tranquillamente affermare che il novanta per cento delle storie viene reso interessante proprio dagli ostacoli dati da questo tipo di personaggi.


È la sequenza classica delle fiabe riproposta ad un pubblico adulto:


Eroe con uno scopo da perseguire.


Antagonista che mette i bastoni tra le ruote al protagonista.


Intervento esterno di personaggi o eventi che portano l’eroe a sconfiggere il cattivo.


Schematizzando al massimo la trama, quanti dei romanzi che abbiamo letto possono essere ricondotti a questo semplice meccanismo narrativo?


Poi le eccezioni, le sperimentazioni che stravolgono tutto ciò che ho detto esistono, una regola ho imparato leggendo: vale tutto e il contrario di tutto.


Se scritto in maniera coinvolgente e ben studiata può divenire un best seller anche la storia di un solo protagonista in cui tutto fila liscio e in cui non intervengono altri personaggi, magari un monologo… non me ne viene in mente però nemmeno uno. Chi ne conosce qualcuno? Fatevi avanti!


Ancora un’ultima informazione:


La presentazione dei personaggi, quanti essi siano, può avvenire in modo:


DIRETTO Quando un personaggio viene presentato nelle sue caratteristiche fisiche, psicologiche e caratteriali. Magari attraverso il filtro dei pensieri, del punto di vista di un personaggio.


INDIRETTO Quando si conosce il personaggio man mano che ci si addentra nella storia. Narrando le sue gesta, le sue reazioni agli eventi, il suo rapportarsi con gli altri, il suo modo di parlare.






Concludo queste righe con un consiglio: che abbiate scritto il monologo di un solo individuo o una storia zeppa di personaggi, ricordatevi di dargli quella verve, quella caratteristica che renderà il protagonista unico e amato. Poi ovvio, la storia deve avere un intreccio che catturi l’attenzione. Nel prossimo articolo parleremo proprio di questo aspetto fondamentale, senza il quale non esisterebbe il nostro romanzo: la trama.

LA TRAMA


La trama è l’essenza della storia, anzi, è la storia stessa, che facciamo vivere ai nostri personaggi. È la prima cosa che ci viene in mente, l’idea che ci spinge a sederci, prendere la penna o il pc per riversarla e farla sbocciare davanti ai nostri occhi, fissandola nero su bianco.

Però la trama non è il libro: si può avere un’ottima idea, originale, ma non riuscire a renderla, quanti di voi si sono già sentiti rispondere da un editore: “originale l’idea, o interessante, ma non nei nostri canoni”? oppure “non adatta alla pubblicazione”?

E magari avrete pensato: ‘ma come , se l’idea è buona non potevano dargli una sistemata e pubblicare?’

Eh no, non è così semplice, a volte l’idea grezza è ottima, ma si è fatto un tale pasticcio nel riportarla che bisognerebbe riscriverla di sana pianta. Avete letto Iq84 di Murakami Haruki? Ecco, per chi non l’avesse ancora fatto, c’è una storia, affascinante e con delle potenzialità e al protagonista viene proposto di imbrogliare riscrivendola al posto dell’autrice, perché potrebbe diventare un capolavoro, ma solo se scritto dalle mani giuste.

Oltre alla storia c’è altro: il modo di narrare, di saper coinvolgere il lettore, di descrivere persone e luoghi, ma soprattutto la capacità di trasmettere emozioni attraverso la parola scritta, queste sono capacità che differenziano lo scribacchino, da chi ha talento. Poniamo un esempio, uno qualunque, Il processo di Kafka è la storia di un uomo messo in prigione ingiustamente, I promessi sposi la storia di un amore ostacolato.

La divina commedia la suddivisione e collocazione di vari personaggi, immaginari e reali,in base ai loro presunti peccati…. Tutto qui? Sì, tutto qui, ma è il modo di narrare che rende la storia avvincente e fa la differenza tra schifezza e capolavoro, comprendendo tutti i gradi che possono starci in mezzo.


COME SI CREA UNA TRAMA?

Abbiamo parlato nell’articolo precedente del protagonista, degli ostacoli che ha nel riuscire a raggiungere lo scopo prefissato, o la rottura di un equilibrio iniziale. Questi mutamenti danno origine al dipanarsi della nostra storia, la trama appunto. Indipendentemente dal genere, questi ostacoli creano una serie di conflitti che fanno salire la tensione fino all’apice, dopo di ché segue la risoluzione del problema. Non sempre questo significa lieto fine, significa solo che la questione si risolve, in un modo o nell’altro.

Poi la trama potrà essere lineare: conflitto- pathos- risoluzione, oppure andare a ritroso: iniziate quando il tutto si è già risolto per tornare indietro nel tempo attraverso racconti, flashback e qualsiasi altra cosa vi venga in mente.


Fattore importante è il cambiamento: arrivato alla fine il protagonista sarà cresciuto, avrà imparato dalle proprie azioni o rivedrà la sua storia con occhi diversi e il lettore con lui. Una storia che ci lascia alla fine con la nostra idea iniziale è una storia che non ci avrà regalato nulla, non ci avrà arricchito.

Ricordatevi sempre che non c’è la trama perfetta, ma un insieme di fattori che contribuiscono a creare un buon libro o uno mediocre.

Uno di questi fattori, da tener sempre presente quando scriviamo, è LA MOTIVAZIONE, una volta stabilita quella sarà molto più facile far muovere, parlare, interagire i nostri personaggi: se abbiamo un cattivo, la motivazione che lo spinge ad odiare il nostro eroe, o il mondo intero, la motivazione che spinge i nostri protagonisti a perseguire il loro scopo:

Cappuccetto rosso prende la strada breve per andare dalla nonna perché vuole più tempo per raccogliere i fiori e ciò la porta a disobbedire alle raccomandazioni della mamma. Il lupo architetta un piano diabolico e fantasioso perché vuole mangiarla.

Nel mago di Oz ognuno dei protagonisti vuole chiedere qualcosa al mago, che desidera intensamente.

E potrei elencarvene all’infinito, ma andiamo avanti nel costruire la nostra trama, che linee guida seguire?.

Il famoso schema delle 5 “W”, che il mio prof non finiva mai di nominare, è sempre valido : WHO, WHAT, WHEN, WHERE, WHY? ( chi, cosa, quando e dove?). Rispondendo a queste semplici domande la nostra trama inizierà a dipanarsi.

Ma come? Sarà utile fare uno schema di come gli eventi si concateneranno.

STRUTTURA

La nostra trama dovrà essere organizzata seguendo una struttura decisa a priori.


L’INCIPIT è l’inizio del nostro romanzo o racconto, e sono convinta nell’affermare che sia una delle parti più importanti dell’intero testo: In base a quello molti lettori decideranno se proseguire o accantonare il libro.

Se sarete molto fortunati e il vostro incipit veramente ‘col botto’ potrete essere ricordati.

Ecco alcuni incipit famosi e famosissimi:

“Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

ché la diritta via era smarrita.”

Divina commedia


“Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione”

Moby Dick


“Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato”

Il processo


“Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace”

Se una notte d’inverno un viaggiatore (uno dei miei incipit preferiti :-))

“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri. L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: “Non è colpa mia.” Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo”.

Lo straniero

Ok, ora la smetto, vi siete fatti un’idea?


Dopo l’incipit abbiamo la FASE DESCRITTIVA O STATICA, è una parte in cui si descrive la vita del protagonista prima del ‘fatto clou’.

In un crescendo sempre più serrato si arriva all’APOGEO, in cui il pathos e il coinvolgimento dovrebbe essere massimo.

La RISOLUZIONE, nel bene o nel male, il classico lieto fine, o comunque la conclusione.

L’EPILOGO, dove si racconta ciò che accade dopo, a distanza di tempo dei fatti narrati.

Ognuno di questi punti può essere come sempre scombinato o stravolto dalla vostra fantasia ed estro creativo, questo lo schema lineare e semplice per una trama standard, per chi si addentra ora in questo vasto e straordinario mondo della scrittura.

Provate a seguirlo o a sconvolgerlo, esercitandovi e divertendovi, e se volete postate nel nostro apposito spazio nel sito i risultati. Stupiteci!








STESURA E RICERCA

Avete in mano un fascio di fogli scarabocchiati o un mucchio di pagine sul pc, disordinati ma faticati frutti del vostro lavoro. Vi sentite stanchi ma euforici, soddisfatti ed appagati: la storia c’è, ha un senso logico, un inizio, una bella trama e conclusione, i personaggi sono delineati, avete uno schema logico da seguire e forsanche qualche capitolo che vi sembra già perfetto. Ed ora?

Beh, ora inizia la salita: la parte impulsiva, creativa e piacevole dello scrivere è bella e finita, ora si fatica.

Se avete di fronte fogli cartacei la prima domanda da porsi è: ‘so usare programmi di videoscrittura?’

Se la risposta è NO, consultate qualche guida on line, o se avete tempo e voglia fatevi un bel corso, va bene anche uno basilare.

Ok, superato questo scoglio, per chi non ha già impostato il lavoro nel pc, andatevi a rivedere l’articolo due della mia rubrica, inerente alla modalità d’impaginazione.


Bene, possiamo andare a vedere la stesura vera e propria.

Un primo approccio è quello di scrivere in modo lineare, raggruppando e riordinando il materiale già prodotto, ampliandolo a seconda delle esigenze. Sistemandolo in base ad una scaletta ben definita. Ricordatevi che i capitoli devono essere abbastanza omogenei, ovvero non fate un capitolo di due pagine e uno di venti. Ma io in questa fase di stesura non mi preoccuperei troppo di questo, i capitoli poi si possono dividere ed ampliare, inoltre, ora che arriverete alla fine vera e propria avrete tagliato, limato e aggiunto talmente tante volte, che dovrete rimetterci le mani comunque.

Una volta impostati i capitoli nel modello che avrete creato, vi dedicherete agli approfondimenti. Però non vi consiglio un procedimento troppo rigido: spaziate come volete, non fossilizzatevi. Se mentre state arrancando, cercando di sistemare i dialoghi che non sembrano funzionare in un capitolo, vi viene in mente qualcosa inerente all’azione centrale o al finale, bene, correte, che aspettate? È un modo per dare una ventata di aria pura, di staccarvi da un punto morto. Potrete tornare indietro come e quando volete, tornarci su quando sarete pronti, non forzate la mano, altrimenti il risultato non sarà mai buono.


RICERCA

Ottenuto lo scheletro, come lo si può ampliare?

Come reperire le informazioni? Come essere precisi nel creare lo scenario storico o geografico dove si muovono i personaggi?

Dovete documentarvi.

La ricerca serve sempre e comunque, anche se parlate di cose che conoscete, di luoghi a voi familiari. Non sarà mai abbastanza, ci sarà sempre qualcosa da approfondire, sviscerare, descrivere da un diverso punto di vista, non si può conoscere tutto.

Oggi abbiamo a disposizione uno strumento utilissimo che è internet. Ovvio che non è tutto oro colato quel che si trova in rete, bisogna saper cercare bene e controllare l’attendibilità delle fonti, ma possiamo accedere con un click a milioni di informazioni già selezionate per argomento, non pensate sia poco! Possiamo inoltre visualizzare luoghi lontani con una visuale ottima, osservando persino da vicino i negozi, le vie, le abitazioni, quasi in tempo reale.





Certo, il lavoro da fare c’è, ed è molto.

Io ne so qualcosa: mi sono messa ad ambientare il mio romanzo, per la parte iniziale, in America tra Washington e i monti Appalachi, beh, ho passato ore, giorni, settimane prima di tutto su Google Earth e similari per visionare ‘in diretta’ i luoghi in cui si muovevano i protagonisti. Ho sfogliato guide turistiche per avere un’idea dei quartieri e delle tipologie di case, negozi e persone che potevano viverci, visitato blog di viaggi per sentire opinioni ‘personalizzate’ ed infine ho contattato persone che ci vivono per rispondere ad ogni mia curiosità e domanda. Insomma un lavoro enorme e faticosissimo, che so comunque non sarà perfetto come se mi fossi trovata lì realmente, non può essere la stessa cosa.

Per la parte ambientata in Europa invece mi sono recata direttamente nei luoghi con il vecchio e caro taccuino e tutto è risultato più semplice e spontaneo, nonché veloce.

Consiglio spassionato? Ambientate le storie in luoghi che conoscete bene, se non volete impazzire. Oppure se avete la possibilità e il tempo, recatevi lì di persona, sarà emozionante e divertente e poi sarà occasione per farvi una vacanza!

Se poi state scrivendo un romanzo storico, con fatti che si svolgono nel passato, ovvio che la ricerca oltre ai luoghi dovrà riguardare anche i fatti accaduti, facendo attenzione a non scrivere una cosa per un’altra. Evitiamo figuracce con anacronismi e inesattezze. Studiate la storia, chi poteva cronologicamente incontrarsi con chi: attenti a date di nascita e morte.

Molto utile (ove cronologicamente possibile) è l’intervista diretta a chi ha vissuto personalmente il periodo storico o i fatti narrati, potrà raccontarvi aneddoti e sensazioni che nei libri non si trovano. Anche l’esperto di un determinato settore potrà spiegarvi in maniera spicciola e chiara ciò che magari vi state scervellando a capire da manuali su manuali, rischiando un esaurimento.

Potranno servirvi anche le letture di romanzi dello stesso genere, che vi mostreranno infiniti modi di narrare trame spesso simili. Un giallo per esempio: quanti libri abbiam letto che parlano di un commissario, poliziotto, investigatore, che indaga su un omicidio? Bene, andiamo a vedere come lo fa, come parla, come ci descrive la scena del crimine. Non dovete copiare, ma ogni libro letto vi regalerà qualcosa, che arricchirà il vostro modo di narrare, contribuendo a crearne uno peculiare, tutto vostro.

QUANTE STESURE FARE?

Se avete imparato a conoscermi saprete già la risposta che vi darò: non c’è un numero definito, potreste essere fortunati e arrivare a quella definitiva solo dopo pochi tentativi. Oppure potrebbe essere necessario scrivere e riscrivere decine di volte. Fate una media e arriverete molto vicini a quel che probabilmente sarà la realtà. Ricordatevi che la fretta è cattiva consigliera, non propinate un lavoro incompleto omesso su alla bene e meglio, la concorrenza è tremenda ragazzi, dovete fare il meglio che potete… ed anche di più.

Una volta che sarete soddisfatti, beh non avrete ancora finito: la prossima settimana infatti vi parlerò della revisione.







REVISIONE


Ora avete tra le mani una prima stesura del vostro romanzo, avete finito? No! La prima stesura è una sorta di banco di prova, dove tutto può succedere. Vi capiterà di cestinare parti su parti riscrivendone altrettante, ciò che vi sembrava perfetto, ora appare come un’accozzaglia di parole slegate? Niente paura, è più che normale, la scrittura è spesso impulso, estasi del momento, frenesia creativa, la revisione è guardare ciò che si è prodotto con occhio critico

Se per la prima bozza, la storia grezza, basta l’estro, la fantasia e una buona capacità narrativa, per le fasi successive entra in gioco lo studio, le capacità acquisite con l’esperienza e tanta pazienza.

Sì avete letto bene: pazienza, ce ne vuole tantissima per andare avanti nel lunghissimo percorso che porta dalla bozza al tanto ambito romanzo. Pazienza nel mantenere viva la concentrazione nel rileggere milioni di volte le stesse parti, pazienza nel cestinare e riscrivere da capo parti che non convincono. Pazienza nel controllare e ricontrollare gli spazi, le virgole, i punti, le parole ripetute.

Serve anche una grande scorta di autocritica: se siete convinti che il vostro scritto sia un capolavoro, che non ci sia bisogno di correzioni, probabilmente è meglio che lasciate stare o che vi prepariate a ricevere delle cocenti delusioni.

Se la vostra prima bozza è scritta a mano, prendete confidenza con i programmi di videoscrittura, se non avete dimestichezza con il computer, fate un corso di word oppure fatevi spiegare le regole basilari da un amico o consultate delle guide on line.

Se non lo avete ancora fatto impostate la pagina come indicato nel secondo capitolo della mia guida.

Ricordatevi di non inserire nulla a mano: note a piè pagina, numerazione pagine, interlinee, tutto deve essere impostato in precedenza e seguendo l’apposita procedura.

Bene, il file è impaginato, i fogli volanti sono stati trascritti al pc, ed ora che fare?

Semplice, dovete leggerlo. Ancora? Sì, ancora, l’unico modo per sistemare il lavoro è mettervi dalla parte di chi legge e porvi delle domande. Le principali sono: mi sto annoiando? Salto capitoli o parti intere? Se lo fate voi, figuriamoci il lettore!

Poi concentratevi su un punto che non vi convince, mi raccomando, una lettura per ogni punto o al massimo due, non si riesce a fare tutto insieme. Ad esempio si controllano in primo luogo i personaggi: sono credibili? Interagiscono in modo realistico tra di loro? Ci sono incongruenze nel comportamento o nel modo di comportarsi rispetto alla personalità che avete delineato?

Oppure i tempi. Avete seguito lo scorrere della trama o ci sono anacronismi? A me per esempio è successo, a furia di tagliare e spostare delle parti di personaggi secondari, su cu dovevo fare un lavoro di approfondimento, che un personaggio meno rilevante in un capitolo tot aveva ottenuto il lavoro e più giù andava a fare il colloquio. Assurdo? Sono eccessivamente sbadata? Beh, a volte lo sono, ma vi assicuro che capita quando magari in una precedente revisione si stava untando l’attenzione su un altro aspetto. Ecco perché alla fine serve una lettura d’insieme, in cui si valuta la globalità.

Altro aspetto che andrete a revisionare tante e tante volte sono i dialoghi, ci sono tanti aspetti da tenere presenti, il primo in assoluto: sono realistici? Oppure leggendo sembra di assistere ad uno spettacolo teatrale, in cui si usano paroloni ampollosi e frasi fatte improbabili?

Inoltre ogni protagonista, ogni personaggio ha la propria personalità e linguaggio: ciò che dice, ma anche come lo dice deve essere coerente e caratterizzato.

I luoghi e l’ambientazione storica sono ben descritti? Si è immersi nel periodo e nelle località delineate?

Altro grosso problema: bisogna bilanciare le informazioni, anche a seconda del genere: ovvio che se state scrivendo un romanzo storico dovrete dire di più, per tutti gli altri generi attenzione: non cedete alla tentazione di esagerare, per far vedere che sapete, che avete studiato bene, che vi siete documentati, perché il lettore non ama chi si vanta, chi si erge sul piedistallo e probabilmente si annoierà a morte.

Vi porto ancora l’esempio della mia esperienza, perché su questa si basano le pagine della mia rubrica: Il mio romanzo è ambientato nella guerra fredda e in molte località tra l’America e l’Europa. Ma, dopo aver studiato come una pazza, dopo aver spulciato ogni notizia sul periodo storico ho deciso di farlo rimanere sullo sfondo, perché mi sono posta la domanda: è essenziale alla trama? No non lo era, così ho eliminato valanghe di citazioni storiche. Lo stesso per i luoghi, le descrizioni ci sono, ma ho cercato di puntare su ciò che vedevano e provavano i protagonisti perché per la mia storia, quello era importante.

Riassumendo: non esagerare, prima di tutto viene la trama, il resto è un contorno, che deve arricchire e non appesantire ciò che raccontiamo.

Quante volte dovete rileggerlo? Siamo alle solite, la mia risposta è sempre: dipende! Comunque non vi illudete, non potete certo cavarvela con un paio di letture. Quando avrete la nausea, quando non ne potrete proprio più, beh solo allora potrete smettere e decidere o che è il caso di passare l’opera ad altri occhi o che è giunta l’ora di proporlo agli editori.

Ma di questo parleremo con calma la prossima settimana.





Come arrivare alla pubblicazione. SELF, CASE EDITRICI O AGENZIE LETTERARIE?





Ora che il vostro romanzo è completo ed è stato revisionato fino allo sfinimento, che fare? Come arrivare alla pubblicazione?

Le vie sono tre: buttarsi nel SELF PUBLISHING.

Questa la strada da scegliere se:

• Siete sicuri che il vostro scritto sia in buone condizioni (pulito dai refusi e con trama che regga).

• Se avete competenze informatiche e grafiche, il vostro lavoro è già ben impaginato e sapete lavorare con le immagini per creare una copertina.

• Se volete tenere tutto il guadagno per voi, perché quel che vi arriverà in tasca con le altre vie è un introito spesso ridicolo.

Ci sono molte piattaforme on line se avete scelto questa via, però, mio consiglio personale: non fidatevi del vostro parere, né di quello di amici. Fatelo correggere ad un editor.


Ho letto vari lavori in self e vi assicuro che moltissimi avevano refusi imbarazzanti o buchi nella trama o nella successione temporale.

Se volete un risultato professionale dovete spendere qualche soldino per far vedere il lavoro ad un esperto.

Per chi invece non vuole proprio spendere un euro il consiglio è di proporlo in qualche forum, dove si fa editing gratis e si danno pareri. C’è da aspettare parecchio e il risultato non è garantito (spesso chi corregge non è professionista) ma è sempre un aiuto un più.


Se invece volete tentare la strada delle CASE EDITRICI dovete prima distinguere tra tre tipologie:

Free, doppio binario e a pagamento.

Le Case editrici Free sono quelle che non richiedono nessun contributo, sotto nessuna forma: Leggono e valutano il manoscritto (gratis!!!), lo editano (gratis!!!) e lo pubblicano (gratis!!!) Chiaro? GRATIS! Non vi devono chiedere soldi!

Insisto molto su questo punto perché purtroppo la chiarezza è poca e case editrici classificate e pubblicizzate come free (anche big) spesso non lo sono poi tanto:

Ci sono quelle che ti dicono che non hanno esperti editor e che quindi devono assumerli esternamente, così ti chiedono 500/800 euro di contributo…ma loro non intascano nulla, è per l’esperto. E beh, dico io, ma neanche spendono nulla, non assumono nessuno, quindi non scommettono su di te, sul tuo lavoro, se va male a loro non cambia nulla. Sempre che effettivamente non intaschino parte del malloppo destinato all’editing, ma questa è un’altra storia.

Poi ci sono quelle che ti fanno compilare un modulo già quando invii il manoscritto, specificando quante copie vuoi comprare per te… e che gliene importa, in fase di valutazione, sapere quante ne compro? Non sanno nemmeno se il testo fa o meno schifo. Allora mi chiedo e vi chiedo: se mettete ‘zero’ pensate che vi accetteranno il testo? Che lo leggeranno almeno? Può essere di sì, ma a me il dubbio, molto forte, viene: che sia una discriminante per decidere se cestinare o meno un lavoro?

Insomma state attenti alle fregature, leggete tutte le informazioni sui siti delle Case editrici e se arrivate a ricevere un contratto leggete molto bene le clausole.

A parte questo, di solito le case editrici free richiedono un’attesa più lunga: dai quattro ai dodici mesi. (Questo fa sperare che lo leggano con più attenzione? O forse sono semplicemente più intasate delle altre) e quindi bisogna armarsi di santa pazienza.

Poi ci sono le case editrici a doppio binario: sono quelle che pubblicano alcuni romanzi gratuitamente, quelli ritenuti ottimi, agli altri chiedono contributo. E anche qui mi scatta il dubbio, sarò sospettosa io, che vi devo dire. Come si fa a sapere chi ha pagato e chi no? A sentire gli autori di queste CE tutti han pubblicato gratis, ma come dimostrarlo? Anche se siete in buona fede, non vi disturba il dubbio che molti penseranno che in realtà avete pagato per pubblicare? Anche il fatto della scrematura per ‘merito’ in alcuni casi è una bufala. Racconto la mia esperienza: una casa editrice a doppio binario ( precisamente che ho scoperto dopo essere a doppio binario, perché si definisce free) valuta il mio manoscritto addirittura eccellente, sperticandosi in lodi sul fatto che lo abbiano letto d’un fiato appassionandosi ecc, ecc … poi però mi vogliono far pagare l’editing. Il romanzo, a loro avviso, necessita di editing leggero. Allora sono perplessa: Il romanzo è stato giudicato al massimo della valutazione, non ci sono lavori particolari da fare e mi chiedete lo stesso soldi? Allora a chi è che non fate pagare?

Anche qui, quindi, consiglio di andarci con i piedi di piombo e valutare bene i contratti.

Sull’editoria a pagamento non voglio soffermarmi più di tanto: guadagnano dagli 800 ai 2500 euro di media ad autore, pensate gliene importi troppo se pubblicate un capolavoro o la lista della spesa? Pensate si sbattano a puntare sul vostro lavoro o sulle vendite, quando il maggior guadagno l’hanno già avuto da voi? E soprattutto vi sembra normale pagare il vostro datore di lavoro per offrirgli un manufatto su cui poi lui dovrebbe guadagnarci ancora? A me personalmente sembra un’assurdità.

La terza via è quella delle AGENZIE LETTERARIE, una sorta di canale preferenziale che accompagna l’autore nella scelta delle case editrici, proponendo il lavoro solo dopo che sia reso alle migliori condizioni. Bello, direte voi. Sì, rispondo io, però torniamo al solito discorso: si paga e non tutti possono permetterselo. Anche qui poi bisogna saper scegliere, ci sono agenzie serie e agenzie meno serie. Alcune vi faranno pagare per poi proporvi alla fine a case editrici a pagamento o piccolissime case editrici, cui probabilmente sareste arrivati anche da soli. Altre invece vi seguiranno passo, passo, dall’editing fino alla firma del contratto.

Una cosa ho trovato invece molto utile nella mia personale esperienza: il servizio divalutazione inediti, cui può o meno seguire la rappresentanza. Il servizio ha spesso un costo, non troppo elevato (ma ci sono anche agenzie gratuite) però, specialmente chi è al primo lavoro, è davvero utile per riportare i piedi per terra e analizzare l’opera nei suoi pregi e difetti, nel dettaglio.

Io ho fatto fare quattro valutazioni in tutto, un paio davvero dettagliate, con consigli ottimi e spunti su cui lavorare. Una tra queste mi ha demolito completamente il romanzo con critiche pesanti, ma anche quelle sono servite per migliorare il lavoro e revisionarlo ancora una volta. Non tutto vi piacerà, non tutti i consigli saranno giusti, spesso dipende dal gusto personale di chi valuta il lavoro, mi è capitato addirittura che ciò che era stato esaltato come pregio da lodare nel mio romanzo, fosse elencato come difetto da un’altra agenzia. Ma non è questo il punto, il punto è che alla fine rivedendolo con gli occhi di questi esperti vi metterete davvero in discussione e vi metterete al lavoro sapendo dove intervenire. Spesso direte: “ma come ho potuto non pensarci prima? Come ho potuto fare questo sciocco errore?” . Fidatevi comunque, se il libro è una schifezza, nessuno vi dirà che è bellissimo e viceversa, se il libro è buono verrà fuori, pur in mezzo alle critiche. Molto utile la sezione della scheda in cui si parla di pubblicabilità, ovvero ti dicono secondo loro che prospettive hai, cosa pensano ti convenga fare con il manoscritto. Mi ricordo che una di queste agenzie ha addirittura dato un voto al mio lavoro, sì proprio un voto, come a scuola . Sembra una cosa banale, ma a me è stato molto utile per capire a che livello ero arrivata.

Quindi se proprio dovete spendere dei soldi io vi consiglierei di impegnarli proprio in questo servizio, che ritengo sia davvero utile per portare al massimo delle potenzialità il vostro sudato lavoro.





I SOCIAL

Eccoci qua, noi neo scrittori, gettati, invischiati, catapultati più o meno attivamente nella rete. Come utilizziamo questo strumento? Quanto è utile e quanto invece dannoso?

Eh sì, oggi mi gira di scrivere un articolo un po’ particolare, nato da mie riflessioni su tutto ciò che circonda il mondo di un aspirante, neo o navigato scrittore.

Partiamo dall’inizio: voglio scrivere un romanzo. Tempo addietro dopo l’idea iniziale (be’, quella ci vuole sempre) me ne andavo in biblioteca, o a fare interviste alla gente o divoravo ogni libro o giornale che trattasse l’argomento. Non troppo diverso da quello che faccio oggi, l’unica differenza è che oggi posso farlo comodamente seduto sul mio divano. E non sto parlando di tempi da dinosauro (non sono così vecchia), di prima che esistesse internet, parlo di pochi anni fa, quando le informazioni in rete erano molto inferiori e le connessioni più lente ( e le tariffe meno vantaggiose!). La quantità d’informazioni in rete oggi è pazzesca, io per il mio Phoenix ho scovato di tutto in rete, comprese le immagini video della prigione della STASI e le riprese in diretta dei monti Appalachi.

Ora, una volta raccolte abbastanza notizie posso iniziare a scrivere, ho la possibilità di consultare innumerevoli guide, per ogni gusto e stile, basta sceglierne una o fare un mix tra quelle che mi sembrano più consone al mio modo di scrivere.

Ma la vera opportunità, a mio avviso, viene dai social.

Voglio esercitarmi? Ricevere giudizi? Ci sono piattaforme di scrittura con contatto e commento del ‘pubblico’, gruppi in cui partecipare ad esercizi collettivi. Ce ne sono di tutti i generi e per tutti i gusti. Si cresce incredibilmente grazie al confronto con gli altri. Ricevere critiche immediate al proprio lavoro innesca un meccanismo di messa in discussione, di ricerca personale e di voglia di migliorare, che fa fare passi da giganti.

Sotto questo aspetto i social sono un arricchimento, una miniera d’oro da sfruttare. Già la possibilità di conoscere gente con le tue stesse passioni e interessi. Parliamoci chiaro, chi di voi è tanto fortunato da poter parlare col suo amico che è venuto a prendere un caffè del problema del POV o dell’INFODUMP? O del dilemma tra self e case editrici a pagamento? Pochi, eh? Invece quanti di voi possono farlo in rete? Quante persone avete potuto conoscere, anche solo virtualmente, che considerate addirittura amici? Io parecchie, e ne sono felicissima.

Parliamo dei gruppi a tema, parlo di gruppi appositi, non solamente amici virtuali con cui scambiare battute o vignette, parlo di luoghi e persone con cui condividere la nostra passione.

Personalmente ho due distinte opinioni riguardo questi gruppi e molto dipende da come sono gestiti: Quelli che trovo aridi, che non mi fanno crescere come persona e come ‘scrittrice’ sono i gruppi di ‘spam’ quelli in cui ognuno arriva, scarica il link e sparisce veloce come un razzo, senza soffermarsi a leggere gli altri, senza presentarsi e interagire. Non so nemmeno quanto funzionino a livello di pubblicità, perché se tutti postano senza leggere, chi è che noterà il nostro link?

Frequento molto poco questi gruppi e quando lo faccio cerco di leggere prima i post degli altri, di commentare, di cercare un contatto con qualcuno, ma devo ammettere che spesso si trovano sempre gli stessi link, sempre delle stesse presone, sempre identici e passa ogni voglia.

Molto spesso questo non è colpa nemmeno degli amministratori dei gruppi, ormai arresi allo spam selvaggio. Anch’io gestisco delle pagine facebook e devo ammettere con amarezza di aver dovuto fare la ‘maestrina’ bacchettona e rimproverare o cancellare post di persone che venivano a scaricare link senza interagire. (per non parlare di materiale non attinente o pornografico)

Il secondo tipo di gruppi on line sono quelli in cui c’è effettivamente uno scambio, parlo dei più seri e ‘professionali’ gruppi di linkedin, in cui ognuno posta una domanda, uno spunto, e ci si confronta ( più o meno civilmente) o i gruppi più alla buona su facebook o google +, in cui si parla un po’ di tutto, ma con prevalenza di tematiche sulla scrittura, in cui ci si confronta e ci si dà consigli di ogni tipo. In questo tipo di gruppo ho trovato molte amicizie, oltre che ottimi consigli e dritte sul mondo dell’editoria e della scrittura. Nel mio preferito per esempio, si spazia dai consigli sull’editing o sulla promozione, ai commenti sulle letture dei libri degli autori del gruppo stesso, con consigli, lodi e anche critiche. Si cerca di aiutarci a vicenda nella giungla in cui ci si è tuffati pubblicando un libro.

Vorrei consigliare ad ogni aspirante scrittore di scegliere e frequentare un gruppo del genere, perché si possono imparare molte più cose in questi luoghi virtuali, che in letture su letture di materiale specifico, che spesso nemmeno si trova per alcune tematiche troppo specifiche o troppo nuove.

Oltre a questo l’intrecciare amicizie, il leggersi a vicenda e commentare, ed anche criticare i propri lavori è qualcosa che non ha prezzo in termini di miglioramento e voglia di mettersi alla prova.

Tirando le somme, credo di poter affermare tranquillamente che la tecnologia, anche nel campo della scrittura abbia permesso a molti una possibilità, che forse non avrebbero avuto. Unico problema derivante è che, come in tutte le cose, c’è chi sfrutta bene le possibilità e chi no, chi si mette in gioco e cerca di prendere il meglio dall’esperienza, chi invece resta fermo nelle proprie convinzioni. Chi fa scambio e si arricchisce, chi si sente già arrivato e pretende di non essere criticato, di essere ‘acquistato’ senza mai nemmeno leggere. Mi è capitato di inorridire più volte sentendo gente che si definisce scrittore, dicendo però che non legge…. Ma questa è un’altra storia.

E voi che approccio avete con i social?