mercoledì 4 febbraio 2015

Jonas capitolo 8


Affacciandosi alla vecchia vita
Jonas non riusciva a crederci: era stato a contatto con quella donna giorno dopo giorno, aveva provato simpatia ed interesse per lei ed ora scopriva che era sua moglie, anzi, la sua ex moglie e probabilmente aveva riso di lui e del suo sciocco flirtare. Fu tentato di chiederle cosa le fosse saltato per la testa, ma poi decise che non ne voleva sapere, non voleva altro che una bella doccia, un buon caffè e dimenticare tutta questa storia per ricominciare una nuova vita.
Hors era taciturno, il volto cinereo mostrava che non aveva gradito lo scambio di ricordi, almeno quanto lui.
“Guida tu” chiese con un filo di voce “63 esima strada”
“Conosco il tuo indirizzo” replicò Jonas, Hors non commentò, non sembrava avere forze per esultare.
L’abitazione era una delle tante villette a schiera del complesso residenziale, con il minuscolo giardinetto antistante. Il cancello si spalancò riconoscendo la scansione corporea di Hors. Un drone dall’aspetto femminile venne ad aprire, Jonas ne fu stupito, non ricordava molto, ma non gli sembrava tipo da droni.
“Buona sera” salutò “Il suo ospite si fermerà a cena?”
“Prepara la stanza degli ospiti, Questo è il detective Jonas, si fermerà per alcuni giorni”
Jonas tacque, ignorando il robot, entrò e subito si bloccò, un altro consistente flusso di ricordi lo colpì come un pugno, non sapeva se provenissero da lui o da un residuo di quelli di Horse.
Dovette sorreggersi ad un mobile, mentre la testa girava.
“papà, papà, sei arrivato finalmente, sapessi cos’ho da farti vedere, su corri!” una ragazzina sui tredici anni tirava la mano ai proprietario dei ricordi “Piano, piano” disse la voce non sua.
La ragazza lo trascinò in salotto, corse a sedersi ad un antico piano forte a coda e iniziò a suonare stonando un po’. Jonas percepì un amore profondo, un amore non suo, che pulsava violentemente in tutto il suo essere. Strinse più forte le mani al legno, poi buio, solo per un attimo e risate, ancora quel salotto e mani lisce tra le sue. Non ci fu bisogno di vedere, all’istante seppe di chi era quella risata e provò un profondo senso di soddisfazione e felicità, come non ricordava di averne mai provata. Lei aveva i capelli raccolti, due piccoli orecchini brillanti e un sorriso sensuale diretto solo a lui. I suoi occhi penetranti lo facevano rabbrividire, mentre accarezzava piano il dorso della mano, compiendo piccoli cerchi con il pollice. Lei si chinò su di lui e gli sussurrò: “Ti amo” lo stomaco si serrò all’istante e la sua mente rispose: “Anch’io” ma non la voce del ricordo, che tacque in modo imbarazzante.
“Jonas stai bene?” sentì la voce lontano anni luce.
“Battito irregolare, respiro affannoso” iniziava il drone.
“Sì, tutto ok” disse, spingendo via la cameriera, che con un tonfo batté contro il mobile.
Hors lo rimproverò con lo sguardo
“Che c’è?non provano dolore” si giustificò.
La sala era arredata in vecchio stile: niente poltrone ad elio o capsule massaggianti, un vecchio divano in tessuto e un pianoforte. Al centro della sala però una modernissima poltrona per disabili avvolgeva Martha, che intenta a rimirare un movie, non si accorse di loro, immersa in quella che in gergo veniva chiamata seconda realtà.
“Disattivati” disse piano Hors, gli attori, che si struggevano nel loro salotto, sparirono, così come il vecchio treno dietro alle loro spalle. Martha girò lo sguardo un po’ disorientata poi la sua voce parlò dall’impianto audio della casa:
“Nathan!” lo salutò senza muovere le labbra, e Jonas rabbrividì al ghigno che comparve su metà del suo viso, mentre l’altra metà rimaneva inespressiva, floscia. Un altro breve ricordo di numerosi infusi bevuti su quel divano e della risata cristallina e il fare spicciolo di quella donna minuta, ora ridotta ad un vegetale inerme.
“Siediti un attimo caro” disse ancora la voce. Era così alienante vedere lei immobile in quella poltrona e la sua voce aleggiare nell’aria, lontana dal proprio corpo.
Jonas ubbidì, stranamente in soggezione.
“Ho bisogno di sdraiarmi” Hors baciò sua moglie sulla fronte, velocemente, poi fece cenno al drone di seguirlo e a Jonas non rimase che rimanere lì impacciato a guardarsi intorno.
“Ti vedo meno nervoso, meno rabbioso dell’ultima volta. Pannello A2 per favore”
Dal basso tavolino di resina opalescente fuoriuscirono dei pasticcini e un tè fumante. Jonas, improvvisamente grato per il ristoro, si fiondò sul cibo. Era esausto.
“Lei non è più venuta a trovarmi” disse poi la donna.
Un boccone andò di traverso e Jonas si fermò a fissarla, istantaneamente un’immagine, ancora quel salotto, ancora loro, ma l’aria tesa si percepiva da ogni respiro.
“Te l’ho detto, fai ciò che credi, non voglio discuterne, tantomeno qui” la sua voce era dura e scocciata, non poteva vedere il proprio volto, quelli erano ricordi suoi, almeno credeva.
La Savini tacque, sembrava stesse per piangere.
“Emma” disse, e di colpo quel nome tornò alla mente, come fosse sempre stato sulla punta della lingua. “Non lo terrai, o lo terrai da sola” poi la scena cambiò, ma era al contempo la stessa: vide se stesso venirgli incontro, ora dalla visuale di Hors, gli diede una forte spallata ed uscì sbattendo la porta.
Ora Emma piangeva, il volto nascosto tra le mani. La sua finestra sulla scena si avvicinò senza parlare, vide comparire un fazzoletto dalla sua mano, la mano di Hors.
“Non ti manca?”
La voce di Marta sembrava insinuarsi nei meandri del suo animo.  “È tutta colpa di quel chip” aggiunse la voce. Ma Jonas la guardava senza capire più nulla:
“Cosa dicevano? Cosa stavano dicendo?” chiese, come se potesse leggergli nel pensiero. Silenzio. Nathan non osò chiedere di più.
“Vorrei fare una doccia, trovo l’occorrente da solo” disse. Socchiuse gli occhi alla ricerca dei ricordi giusti, stava imparando a gestire questa nuova cosa. Si diresse deciso alla seconda porta nel corridoio, salendo le scale.

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